Archivio per luglio, 2009

In Afghanistan, così come in Iraq, c’è in corso una guerra, inutile prendersi in giro. E non è da ieri, o dal mese scorso, ma siamo quasi a dieci anni. Bin Laden non l’hanno trovato nè voluto trovare, eppure si continua a nascondere dietro ad una caccia al tesoro una guerra che ha fatto migliaia e migliaia di vittime, soprattutto fra i civili; molti più morti di quanti non ne abbia causati l’11 settembre. Eppure ad ogni notizia di un nostro soldato morto o di una strage compiuta tutti i media reagiscono con quella meraviglia inconcepibile, come se si trovassero difronte ad una caldaia che esplode e fa crollare un palazzo in pieno centro oppure come se ci fosse stata una calamità naturale. No, questa è la guerra, e gioco-forza fa morti, e gli afgani cercano di difendersi come possono; la guerra ti impone il mors tua vita mea, è una logica conseguenza dell’invasione di una terra, che pur tra i suoi totalitarismi e i suoi problemi, è fonte di patriottismo. La soluzione? Sarebbe semplice, sarebbe stata semplice. Un indizio? Non è la nota interlocutoria del Pd che invita a prendere in esame i tempi per un possibile ritiro, quello andava fatto tempo fa. La solidarietà ai ragazzi italiani e al popolo afgano mi sembra scontata, sono due facce della stessa medaglia; medaglia che sembra caduta in un tombino profondissimo, dimenticata da tutti e rimessa in gioco solo per le commemorazioni.

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Non se scioperare. O meglio so che voglio scioperare, ma è il metodo che non mi convince. A cosa serve non scrivere se la legge per cui si protesta vorrebbe non farti scrivere?
Vabbè, allora non posto niente. Ma già questo che sto scrivendo è un post, quindi non sto scioperando. Allora devo cancellarlo. Ma alla fine rimarrò sempre col dubbio. Sciopero o non sciopero? Mah, alla fine mi sembra che si possa porre l’accento su un ddl sciagurato anche semplicemente scrivendo tre righe e non censurandomi da solo. 14.07.2009 Sciopero creativo!

E’ vero che ormai mi ero un po’ disinnamorato del calcio. Ma l’annunci che l’U.S. Avellino 1912, la squadra della mia città, sia fallita un po’ di tristezza me l’ha portata. Ma non perchè ripartirà dalla serie D (sono convinto che possa risalire). L’Avellino era la squadra che mio padre mi descriveva (e lo farà ancora) con occhi lucidi, raccontando dei 10 anni di serie A, di Juary o di Diaz, di un’epoca irpina. Il calcio da sempre ha fatto parte della storia avellinese ed è sempre stata una speranza per un popolo spesso lasciato spesso da solo con i suoi problemi. Mio padre mi ha sempre raccontato di come il 23 novembre dell’80, data che nessuno dimentica ad Avellino, il terremoto sconvolse la vita delle persone (3000 morti) dopo che nel pomeriggio i “lupi” di Vinicio avevano battuto 4-1 l’Ascoli. E neanche mi ricordo quando per la prima volta mi portò allo stadio, e neanche sto qui ad elencare quante ore ho passato su quei gradoni di cemento grigio ad osservare i “verdi” giocarsi infinite partite (un po’ di serie B e tanta serie C) con un sole che ti cuoceva vivo o con la pioggia che ti inzuppava tutto (portare un ombrello in curva era un fastidio). Le tante volte che ci si avviava allo stadio 3-4 ore prima dell’inizio del match, i derby vinti con somma gioia e quelli persi con tanta rabbia, i goal in rovesciata o quelli nell’incrocio dei pali e le imprecazioni sulla papera del nostro portiere. Io, in un modo o nell’altro, allo stadio ci son cresciuto, ed ho sentito un legame con tanta altra gente che magari per la strada avre insultato per qualche parola in più o per sfizio. Non dico che queste cose non possano ripetersi (sono sicuro che si ripeteranno), ma di sicuro l’U.S.Avellino non c’è più, e le emozioni saranno comunque belle, ma inevitabilmente diverse.

Guardavo un canale francese (si, a Siena si riescono a vedere canali esteri con una normale, vecchia, Tv analogica) che trasmetteva l’ “Isle of Wight 2007“. Sul palco si succedevano gente come Muse, Paolo Nutini, The Fratellis, Kasabian, Donovan (si, è vivo), Amy Winehouse, Rolling Stones (loro o sono immortali o vengono mossi con i fili, tipo burattini). E stavo bene.
Poi ho pensato a Nek ed Eros Ramazzotti sul palco del “Wind Music Awards”. E ho sentito salire un po’ di nausea.
– Vabbè, ma non è certo il W.M.A. il festival per eccellenza, in Tv trasmettono il concertone del I maggio, quello si che è forte-. Artisti bravi e meno bravi che si dividono 15-20 minuti a testa, prima di assegnare le redini della musica italiana ad un’ora e mezza di Vasco Rossi.
– Pronto, chi è? –
– Dottore, ho un po’ di febbre, come posso guarire?-. Gli spiego un po’ la situazione.
– Ma lei dimentica il Festival portatore della vera essenza della musica del nostro paese-.
– E cioè?- (forse ho dimenticato qualcosa di importante, forse non è tutto perso, posso guarire!)
– Ma come, il Festival di Sanremo-
– Dottore, chiami un dottore!-
Si sente il rumore di una cornetta (si, come se qualcuno di noi usasse ancora i telefoni fissi) che cade a terra. Bip, bip, biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii. Encefalogramma piatto.
Cazzo sono morto. Certo me l’immaginavo diversa. Di sicuro non pensavo che l’ultima frase che avrei sentito (immaginavo un “Ti voglio bene” oppure un “Adesso siamo pari, figlio di puttana) sarebbe stata “Festival di Sanremo”.
Clinicamente morto, di febbre musicale.